Francia: se il latte nasce sul pascolo l’allevatore ci guadagna

Nell'allevamento estensivo l'erba è gratis, le spese di alimentazione, di veterinaria e farmacologiche sono ridottissime e inoltre l'aspettativa di vita degli animali è di tre volte superiore rispetto a quella degli allevamenti intensivi - foto Cascina Roseleto©Gli allevamenti di vacche da latte estensivi, che basano la loro attività sulla conduzione delle bovine al pascolo, non solo sono più ecologici, senza essere necessariamente “bio”, ma anche economicamente e socialmente più efficienti, A dimostrarlo è uno studio realizzato dal francese Civam (Centres d'Initiatives pour Valoriser l'Agriculture et le Milieu rural), “Centri di Iniziative per la valorizzazione dell'Agricoltura e delle aree rurali”, pubblicato martedì scorso, 3 ottobre. La ricerca ha puntato a verificare la loro redditività, con il principale obiettivo di individuare una correlazione tra le dimensioni della fattoria e il risultato economico-finanziario raggiunto.

Per fare questo, il Civam ha innanzitutto analizzato i risultati economici di 170 aziende aderenti alla rete agricola sostenibile “AD” (Agriculture Durable). Questa rete, direttamente collegata al Civam, ha adottato da tempo un approccio diverso rispetto alle produzioni agricole convenzionali, puntando a rendere gli agricoltori maggiormente autosufficienti ed economicamente meno impegnati, lasciando - ad esempio - le vacche al pascolo per ottenere prodotti di qualità assolutamente superiore (sul piano nutrizionale e salutistico, ndr) e al tempo stesso per contenere i costi di alimentazione - e di veterinaria - ma anche per abbandonare la ricerca del consumo di massa. Le aziende che hanno aderito ad AD non sono in regime di agricoltura biologica, e sono tutte situate nella parte occidentale della Francia.

Nell'allevamento estensivo l'erba è gratis, le spese di alimentazione, di veterinaria e farmacologiche sono ridottissime e inoltre l'aspettativa di vita degli animali è di tre volte superiore rispetto a quella degli allevamenti intensivi - foto Cascina Roseleto©Per analizzare i risultati conseguiti, il Civam ha preso come termine di paragone i dati rilevati in 354 aziende aderenti alla RICA (Réseau d'Information Comptable Agricole), la “Rete di Informazione Contabile Agricola”, che fornisce informazioni e statistiche al ministero agricolo francese rilevando i dati delle sole aziende con una produzione lorda annua sopra i 25mila euro. Nel leggere lo studio, non sorprende che nelle aziende aderenti alla AD (Agriculture Durable) è stato riscontrato un uso assai inferiore di prodotti fitosanitari e soo state registrate minori emissioni di carbonio, oltre ad inferiori volumi di acquisto di integrazioni alimentari.

Nel corso della presentazione, un agricoltore di Ille-et-Vilaine, Joël Restif, è stato chiamato a fornire la sua testimonianza ed ha detto che «abbiamo anche capito che il maggior volume di prodotto (di latte, ndr.) non genera necessariamente più entrate, in quanto nelle nostre aziende agricole lavoriamo principalmente sull'efficienza economica e la creazione di valore aggiunto. Alla fine della giornata, dal punto di vista della retribuzione, il lavoro è più importante per le nostre aziende agricole, nonostante le dimensioni inferiori».

Secondo lo studio, le aziende agricole sostenibili (AD, Agriculture Durable) creano più ricchezza (+24% valore aggiunto per lavoratore) rispetto alle aziende convenzionali, aderenti alla RICA (Rete di Informazione Contabile Agricola), nonostante la minore produzione di latte vaccino. Le medesime avrebbero inoltre un profitto commisurato in 12mila euro per ciascun lavoratore impiegato, calcolato prima delle imposte, con 19mila euro di produzione in meno.

E se ciò non bastasse a convincere gli scettici, nelle aziende agricole sostenibili (AD), il 48% del valore aggiunto e delle sovvenzioni della PAC sono utilizzati per pagare il lavoro, contro il 33% delle aziende agricole aderenti alla RICA. Inoltre, sempre secondo lo studio, il reddito disponibile per il lavoratore non dipendente impiegato nelle aziende AD è di 21.123 euro, vale a dire del 302% in più rispetto ai 6.974 euro registrati nelle fattorie aderenti alla RICA.

Il parere di Wwf Francia
Alla fine della presentazione è intervenuto il responsabile agricolo di Wwf Francia, Arnaud Gauffier, sottolineando come queste notevoli differenze servirebbero anche a «sostenere un modello agricolo alternativo», valido non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello ambientale, laddove il valore di un minor danno ambientale è un beneficio per la collettività tutta, a partire dallo stesso agricoltore, che nella sua azienda in genere vive, con la sua famiglia.

A detta di Gauffier la questione non andrebbe neanche più posta unicamente sul piano economico, in quanto «l'aumento della produttività del lavoro nelle aziende agricole e l'elevata dipendenza dalle entrate e dalla corsa agli investimenti non costituiscono più una garanzia di efficienza economica». Per il Wwf Francia l'urgenza è quindi soprattutto nel cambiamento delle mentalità, al fine di «uscire dalla “religione” dei grandi volumi». Un dibattito che si spera avvenga in Francia, all’interno del dibattito sugli EGA (Etats Generaux de l’Alimentation), gli Stati Generali dell’Alimentazione (leggi qui, qui e qui), su cui nel Paese si discute vivacemente sin dal loro avvio, avvenuto nello scorso mese di giugno.

In Italia, l'esempio di Cascina Roseleto
Da noi intevistata sull'argomento, Claudia Masera, titolare di Cascina Roseleto di Villastellone, che dal 2013 ha riconvertito la propria azienda alle migliori pratiche estensive possibili (225 giorni di pascolamento nel 2016) si è dichiarata per nulla meravigliata dei risultati dello studio francese: «L'erba è un alimento che ha un costo assai basso, necessitando di anno in anno di cure modeste come la stabbiatura annuale (con letame ben maturo, conservato coperto per far marcire i semi delle infestanti, ndr), qualche trasemina e qualche intervento di contrasto alle malerbe».

«L'integrazione alimentare», ha proseguito l'imprenditrice torinese, «incide assai poco, essendo da noi limitata all'8% della razione totale. Inoltre la longevità delle vacche, sensibilmente aumentata in questi quattro anni, ma anche il contenimento delle spese veterinarie e farmacologiche sono tutte voci che hanno inciso profondamente sul buon esito economico della nostra impresa. E che stanno abbondantemente ripagando la produzione di minor latte. Latte che, dalla riconversione in avanti, trasformiamo finalmente in proprio, anziché venderlo a terzi».

«Altra notevole soddisfazione», ha concluso Claudia Masera, «ci è venuta dal sensibile miglioramento dell'ecosistema che ci circonda: da quando siamo tornati all'erba, non utilizzando più né fitosanitari né fertilizzanti di sintesi, i nostri prati sono tornati ad essere frequentati da animali di ogni genere: dalle lepri agli aironi guardabuoi, dai corvi ai germani reali, nelle loro migrazioni, per non parlare di grilli, coccinelle e farfalle, oltre alle api, che da tre anni trovano tra le fioriture della nostra azienda una vera oasi felice».

9 ottobre 2017
 

Commenti (1)Add Comment
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scritto da Ermete e Giulia Taddei, ottobre 09, 2017
Finalmente la dimostrazione che industrializzare l'agricoltura non aveva senso. Ci abbiamo messo 60 anni a capirlo, ora mettiamocela alle spalle. Riconquistiamo la terra, tornaimo fare gli orti familairi, quelli condominiali e quelli di quartiere. Liberiamoci dalla schiavitù industriale noi stessi consumatori, come questi allevatori hanno fatto! I tempi sono maturi, facciamolo adesso!

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