Slow Food sceglie le vacche in stalla per divulgare il ''buon latte''

Vacche all'erba. Ma per davvero, come dicono ormai a Cascina Roseleto. Le altre? In stalla una vita - foto Cascina Roseleto©Villastellone è un comune con una sua vocazione agricola ancora viva per quanto ridimensionata rispetto a quella di venti o trent'anni fa. Allora contavano più i numeri, certamente, e la coscienza di dover rispettare l'ambiente (e gli animali) nei territori in cui si vive non era diffusa certo come lo è oggi. Noi che ci occupiamo di zootecnia da latte lo vediamo nelle due aziende che quello producono in quelle campagne a 15 chilometri a sud di Torino: Cascina Fontanacervo (foto dalla seconda in poi in questo articolo) e Cascina Roseleto (foto qui sopra).

Due aziende affratellate da qualche parentela di secondo grado (cose che nei paesi ancora si sentono, per fortuna), dalla vicinanza territoriale (le separa il classico tiro di schioppo) e dall'essere entrambe, da alcuni anni, nel novero dei "Maestri del Gusto di Torino e provincia" (182 le aziende aderenti, ad oggi), l'iniziativa creata dalla Camera di Commercio di Torino in collaborazione con Slow Food Italia e con il Laborato Chimico Camerale.

Vacche a Cascina Fontanacervo: libere di muoversi, ma in una stalla - foto dal profilo Facebook di Slow Food Rete Giovane TorinoL'intento dichiarato dei Maestri del Gusto è quello di valorizzare produzioni agroalimentari non troppo massificate - artigianali diciamo - senza però sottilizzare sulle metodologie produttive, sulle scelte di base fatte dalle singole aziende. In sostanza, se un'allevatore nutre le vacche ad erba e fieno e produce 15-18 litri per capo al giorno o se le nutre ad insilato di mais e/o ad unifeed per massimizzare le rese (oltre i 30 litri, per intenderci) ai MdG interessa assai poco.

Villastellone: due latti di due mondi diversi - Un esempio non casuale, il nostro, per riportarci al centro della questione che oggi ci preme proporvi: due aziende in sostanza molto diverse, con due latti certamente molto diversi per quelli che sono i valori nutraceutici espressi (profilo degli acidi grassi: ciò che più conta in un latte e nei suoi derivati) e due immagini poco distinte tra di loro, da quanto quella che alleva le sue bovine alla stalla, Fontanacervo, ha preso a inviare al mercato messaggi a nostro avviso un po' fuorvianti. Come quella foto di copertina che da mesi trionfa sulla pagina Facebook aziendale (riprodotta in calce a questo articolo, ndr), in cui un muso di vacca è incastonato tra uno still life di una robiola a destra e una foto di erba a sinistra. Un'unica erba, dove più rappresentativo sarebbe stato un campo di mais. Ma su questo ci soffermeremo in conclusione di articolo.

Un momento dell'evento di sabato 10 giugno a Cascina Fontanacervo: visitatori incorniciati da coltivazioni di mais. Ma le vacche non erano erbivore? - foto dal profilo Facebook di Slow Food Rete Giovane TorinoOgnuno, si sa, è libero di fare le scelte - personali e aziendali - che crede più opportune, nel rispetto delle normative vigenti. Poi però viene il racconto portato alla clientela, che a nostro avviso deve rispondere a requisiti di massima veridicità e trasparenza ed evitare di insinuare in alcun modo alcunché sia poco o mal rappresentativo della propria produzione. Lo sappiamo tutti, per fare un esempio, che la Lola della Granarolo, su quel magnifico pascolo alpino, non esiste, eppure la sua icona ha creato tra i consumatori un'idea falsata rispetto alle stalle che riforniscono di latte la cooperativa bolognese.

Slow Food: è questa la divulgazione del buono pulito e giusto? - Questi pensieri ci avevano sfiorato già alcune settimane fa, passando per Villastellone. Nei giorni scorsi, poi, spunta - sempre su Facebook, ma di sicuro promosso anche altrimenti nell'ambito torinese - un evento voluto da "Slow Food Torino" e da "Slow Food Rete Giovane Torino": "Scopri la Cascina Fontanacervo". Testuali le parole che qui riportiamo dalla presentazione: "Un esempio di come il rispetto per l'ambiente e per gli animali sia direttamente collegato all'alta qualità dei prodotti alimentari. Valori e delizie che gli sono valsi il riconoscimento di Maestri del Gusto 2017-2018".

L'annuncio della giornata di Slow Food Rete Giovane Torino presso Cascina Fontanacervo, sabato scorsoIn programma, continua il testo degli organizzatori, "una mattina per visitare tutta l'azienda: dalla produzione del latte al suo processo di trasformazione in formaggio, yogurt e gelato, per finire con la degustazione di questi meravigliosi prodotti. Sabato 10 giugno 2017 ore 11:00-13:00 Ingresso: 6 euro soci, 8 euro ospiti dei soci".

Domande per Slow Food - Ora le domande sarebbero tante, tutte da rivolgere a Slow Food, non certo all'imprenditore che ha fatto al meglio le sue scelte di produrre un latte piuttosto che un altro. Parafrasando il Maestro Luigi Veronelli ci sarebbe da chiedere "agli amici di qualche ingenuità di Slow Food" (SF Italia, e SF Torino):
•  Cosa intendete per "rispetto per l'ambiente" se in un'azienda zootecnica l'alimentazione è fondata sulla monocoltura di mais?
•  Cosa intendete per "rispetto degli animali" se quelli non hanno facoltà di muoversi all'esterno, di godersi i raggi del sole, di brucare erbe (plurale, polifita: almeno cinque diverse e fresche, quand'è stagione per farlo!).

Slow Food vuole educare le nuove generazioni. Il ''caso' di Villastellone ci fa capire come - foto dal profilo Facebook di Slow Food Rete Giovane TorinoE poi, visto che SFRG (Slow Food Rete Giovane) si presenta come divulgatore della filosofia Slow Food (dal loro sito web: "...il cibo deve essere preparato con cura e rispetto, cresciuto il più sostenibile possibile") e per aumentare "la consapevolezza tra i giovani cittadini e consumatori per incoraggiarli e mobilitarli nella scelta responsabile, la nostra domanda - forse ingenua è: perché lì e non nell'altra azienda, che le vacche le ha al pascolo, secondo la rigorosa impostazione dettata dal DiSAFA (Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari) dell'Università degli Studi di Torino? Perché? Vogliamo educare o vogliamo promuovere un po' qui e un po' là, per accontentare un po' tutti?

Ieri poi, sempre su Facebook, sulla pagina del SFRG alcune foto (qui riprodotte in parte), accompagnate da questo messaggio: "Ieri mattina siamo stati ospiti in questa meravigliosa azienda che ci ha accolti benissimo, ci ha coccolati e coccolato il nostro palato. Visita con degustazione dei loro fantastici prodotti!!! Un grazie davvero gigante a Giovanni Crivello, allo staff di Cascina Fontanacervo per la professionalità, l'amore per il loro lavoro e tutto quello che hanno fatto per noi che è stato immenso!!! Un ringraziamento anche alle persone che ogni volta ci danno fiducia nel nostro piccolo lavoro di formazione e valorizzazione del territorio". Ecco, sì: formazione (dei consumatori, poveri loro!) e del territorio (ancora molto coltivato a mais). Un applauso a Slow Food Italia. Complimenti vivissimi.

Foto fuorvianti e domande senza risposte - foto dal profilo Facebook di Cascina FontanacervoQuella foto dell'erba al posto del mais Concludiamo con un invito al Signor Giovanni Crivello, titolare dell'azienda Cascina Fontanacervo, ma prima un'ultima premessa: c'è un commento - lo abbiamo notato ieri - in calce a quella foto di copertina che pur non rappresentandovi campeggia sulla vostra pagina Facebook. Un commento di tale Roberto Vanni, che il 23 di maggio scorso vi pose alcuni semplici quesiti, ma in sostanza chiede di sapere cosa mangino le vostre vacche. Dice il Vanni: "Quanta erba in percentuale sul totale? Quanto mangime (cereali, leguminose...)? Date insilati? Unifeed? Sa da quando il buon Marchetti si fa vedere con le mucche al pascolo io sono diventato curioso".

Non sarebbe il caso di rispondergli, Signor Crivello?

12 giugno 2017
 

Commenti (4)Add Comment
sono sgomento
scritto da ugo, giugno 17, 2017
Gentilissima redazione, mi chiedo come sia possibile che oggi moltissime aziende locali o nazionali possano dichiarare e mostrare foto di mucche che pascolano, come se questa fosse una sorta di 'certificazione' della bontà del prodotto. Ma se invece quelle vacche vivono in carcere, anche se non sono quasi più in spazi angusti (ma non è detto) se non pascolano non trovo onesto che ci siano foto così diverse. Come è possibile tanta libertà nel raccontare cose non vere?
Vi chiedo gentilmente di spiegarmi se questa distinzione tra pascolo e stalla non sia solo un capriccio o se il latte ed i suoi derivati siano davvero diversi. E se sono diversi.. visto che le mucche dovrebbero mangiare erba e nientaltro.. ha senso comprare latte o mangiare formaggi burro panna e gelati se sono fatti con un latte ottenuto da mucche che non mangiano erba di pascolo o fieno polifita, come dovrebbe essere? è pericoloso?
Il lupo per il pelo...
scritto da Franco Gentili, giugno 13, 2017
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. E' da quando esiste che Slow Food, in un modo o nell'altro va dove ci sono anche interessi. Ricordo ancora l'ulrtimo Salone del Gusto a cui partecipai: entro ed il Grana Padano era ovunque. Passa un mese o due e il Master del Formaggio era sponsorizzato dal Grana Padano. Pecunia non olet, si sa, e le aziende ne hanno bisogno per rimanere in piedi. Ma un limite da non oltrepassare potevano anche crearlo. Invece così che soccede? Che io continuo a non crederci e mai più ci crederò.
...
scritto da Franca Celestini, giugno 12, 2017
Curioso trittico davvero quello della foto in basso, dai primi di aprile sulla pagina Facebook, senza un rigo di spiegazione sinché qualcuno ha chiesto, e ancora con risposte da dare. Sarà meglio forse che la tolgano, e che mettano qualcosa di più verosimile? Sarà tanto male far vedere un bel campo di mais, la sua lavorazione, il mangime portato alle mucche al chiuso della stalla? Io non credo: ognuno faccia quel che può, al meglio che può, e che non mi si prenda in giro (a me consumatrice) una mezza volta perché poi ci metto una bella croce su, a quell'azienda!
Firmato, una consumatrice di latte fresco intero Fontanacervo
Insegnare, divulgare, formare gli uomini e le donne del futuro
scritto da Carlo Fusi Bellini, giugno 12, 2017
"Insegnare, divulgare, formare gli uomini e le donne del futuro": tutte belle teorie, tutta roba che o la imponi con un indirizzo certo, dettato dalla "testa", o poi la periferia fa un po' in un modo un po' nell'altro. Conosco poco Slow Food, per nulla la loro realtà di Torino, ma fosse anche Legambiente, WWF, etc., cosa cambierebbe se non regolamenti queste come altre attività periferiche?

Certo, dispiace leggere che li hanno portati in un allevamento con mucche in stalla, quando ce n'era un altro con mucche al pascolo, certo dispiace pensare che gli abbiano raccontato verità di comodo (il mais, i mangimi, etc.) ma su questo aspetto chissà se gli stessi responsabili locali dell'associazione sono così ferrati da distinguere. A colte pare quasi che "basta che se magni", chissà che ne sanno loro dell'erba...

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