Germania: la crisi del latte frena le stalle più piccole

    Dal termine del regime delle quote latte si è fatto un gran parlare di crisi del settore, del crollo del prezzo alla stalla, della sua altalena, di misure straordinarie di sostegno adottate tanto a livello comunitario che nell'ambito di ogni singolo Paese. Ma anche di allevamenti costretti a chiudere i battenti, quando non anche di peggio.

Ad alternarsi sulle nostre pagine sono state soprattutto notizie inerenti il mercato italiano, caratterizzate tanto da implicazioni locali quanto dalla dimensione globale della questione. E notizie provenienti da mercati in cui le produzioni lattiere sono più rilevanti - e interessanti - sia per una diversa cultura del latte (Svizzera, Francia, Regno Unito) che per la presenza di vere rappresentanze di base (Francia) che da noi, o non esistono o sono solo fittizie.

Raramente altri Paesi hanno offerto spunti così interessanti da meritare una nostra trattazione. Tra di essi la Germania, che oggi entra a pieno titolo nelle nostre cronache sul mercato del latte, a seguito di una interessante indagine condotta su vasta scala dalla società AgriDirect Deutschland GmbH. I 12mila produttori lattiero-caseari (con un minimo di 30-50 vacche) intervistati hanno rivelato uno spaccato per certi versi sorprendente, che lascia intravedere, soprattutto tra le stalle di più piccola dimensione, una propensione alla sfiducia.

In altre parole il mercato odierno in Germania non consente di vedere all'orizzonte alcun miglioramento (lo dicono le analisi della Bdm, l'Associazione Federale dei Produttori di Latte Tedeschi) e i produttori tirano i remi in barca, riducendo in media gli investimenti dell'1% rispetto all'anno precedente (6,9% del 2016 contro il 7,9% del 2015). Un indizio che - se associato alla chiusura di 4mila allevamenti da latte tra il novembre del 2015 e il novembre del 2016, porta a pensare - bene che vada - ad un futuro prossimo di scarsissimo fermento e di propensione ad un'ulteriore riduzione numerica delle piccole stalle.

I dati ripartiti per numero di vacche per stalla hanno fatto emergere una maggior tendenza agli investimenti rispetto al 2015 nella sola fascia delle realtà con 100-200 vacche (10,7% nel 2016, con un +1,4% rispetto al 2015), quindi una progressiva tendenza alla specializzazione e ai grossi volumi. Sotto quelle dimensioni i dati registrati sono andati progressivamente a ridursi, dal 7,3% delle stalle da 70-100 capi al 5,3% di quelle con 50-70 animali ad appena il 3,9% delle realtà più piccole, con 30-50 vacche.

Tra tutti gli interessati ad investire in nuovi impianti di mungitura, il 52,8% indica nella sala gestita dal robot la soluzione prescelta, mentre il 18% si accontenterebbero di una semplice sala a spina di pesce e il 6,7% di una sala side by side.

13 febbraio 2017
 

Commenti (1)Add Comment
Quanta arretratezza anche da loro!
scritto da Giorgia cucciola, febbraio 13, 2017
Uno pensa alla Crante Cermania con una zootecnia chissà quanto evoluta poi ti sbattono in faccia questi dati e queste prospettive e ti devi ricredere. Come si fa nel 2017 a vedere che tanti allevatori sognano una banale sala di mungitura con fossa e postazioni a spina di pesce? È la minima razionalizzazione possibile, che ormai uno pensa sia ovunque. Ma forse sono le stalle di montagna senza fossa a volere una razionalizzazione che altri hanno avuto ormai da anni.

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