Dejà vou zootecnici: quando le soluzioni della politica sono peggiori del male

 

 23 dicembre 2014 - Il Ministero delle Politiche Agricole ha inserito nella legge di stabilità, appena approvata, l'istituzione di un Fondo per gli investimenti nel settore lattiero caseario a sostegno alla produzione, con una dotazione finanziaria di 108 milioni di euro (8 milioni per il 2015, 50 milioni di euro all'anno per il 2016 e 2017). Gli obiettivi: "incremento della longevità”, "miglioramento degli aspetti relativi al benessere animale”, "resistenza genetica alle malattie”,"rafforzamento della sicurezza alimentare”, ”riduzione dei trattamenti antibiotici”.

Al momento in cui scrivo, non sono in condizione di sapere se nel mare magnum degli emendamenti dell’ultim'ora questa voce sia rimasta e - se sì - con quali dotazioni, anzi speriamo che sia stata tolta, perché la soluzione proposta è peggiore del male. Possibile che nel 2015 ci sia ancora qualcuno convinto che si possano risolvere i problemi sopra esposti con la genetica o con le tecniche che il sistema intensivo utilizza? E questo perché che detti problemi sono stati e vengono determinati proprio dalla genetica e da un sistema di alimentazione che peggio di così non si può.

A metà degli anni 70 - ero appena laureato - il Ministero dell’Agricoltura mise in piedi un grande progetto di recupero della fertilità, si chiamava con un delicato eufemismo: ”Ipofecondità”. E fin qui niente di male, anzi. Bene, indovinate a chi affidò il progetto. Ma all’Associazione Allevatori, cioè allo stessa realtà che proprio a causa della selezione e di quel sistema alimentare - che si era spinto a "nobilitare" i sottoprodotti dell’agricoltura come alimenti di grande qualità - stava determinando la riduzione della fertilità. Insomma, avevano affidato le pecore al lupo e l’Aia, da una parte prendeva soldi per ridurre la fertilità e dall’altra ne arraffava ancora di più per recuperarla.

Non a caso i danni sono sotto gli occhi di chi vuol vedere: un coefficiente d’inincrocio che è arrivato al punto di non ritorno, la parola “rimonta” che è andata fuori corso, una longevità (più che un eufemismo è uno sfottò) scesa ai minimi termini, una qualità del latte che conosciamo bene perché ne parliamo in ogni articolo.

Non si risolve un problema utilizzando la stessa logica che lo ha generato
Che la situazione sia grave lo sappiamo. L’avvento in contemporanea della fine delle quote latte, dell’embargo alla Russia, dell’aumento della produzione di latte e dell’entrata nel mercato del latte della Coca Cola, creeranno un panico tanto grande quanto giustificato. Ci vorrebbero nervi saldi e una capacità di analisi dei problemi che queste decisioni non lasciano intravvedere. Anzi è un dejà vu e già sappiamo dove ci porterà. 

Chi mi segue lo saprà: io sono convinto che la crisi sia nel prezzo unico del latte e nell’appiattimento conseguente della qualità del latte e dei prodotti caseari. Non legando la qualità al territorio (a parte le poche nicchie di formaggi da animali al pascolo), si finisce per essere succubi del mercato internazionale, l’allevatore non ha potere contrattuale e, purtroppo, a chiudere saranno sempre quelli che fanno più qualità.

Credo di sapere anche come finirà questa storia: sopravvivranno i grandi produttori delle pianure, sempre però con il cappello in mano, e le nostre montagne e colline  resteranno silenziose. Gli unici a gioire saranno i genetisti, perché non solo avranno raggiunto i risultati perseguiti ma anche perché riusciranno a trovare sempre qualcun altro che si convincerà che l’unica soluzione è continuare a selezionare animali, ormai in via di estinzione.

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di Roberto Rubino

presidente ANFoSC

(Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo)


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